04/04/2012

L'UOMO Extratemporale di Stelvio Nunziata

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BIO

 

Stelvio Nunziata, nasce nel 1944 e risiede a Cosenza; dopo aver completato gli studi superiori, a partire dall'84 è stato impiegato nell'azienda, allora di proprietà dello Stato, delle Poste Italiane s.p.a.

Oggi, pensionato, si dedica con passione e metodo allo studio e alla ricerca dell'indagine medico-scientifica nel campo della Biologia molecolare e genetica.

Difatti, il Nostro, attualmente, collabora come divulgatore scientifico e pubblicista su varie testate giornalistiche locali e nazionali. Negli anni della giovinezza si iscrive, anche, presso il Corso di recitazione e teatro dell'Accademia d'Arte Drammatica “Silvio d'Amico” di Roma.

L'Autore, mente poliedrica e brillante, cultore anche, e non solo della Storia della Filosofia, si pone come autodidatta colto e ricercatore indipendente, nell'analisi dei temi più affascinanti e innovativi, che focalizzano l'interesse della comunità scientifica ed accademica internazionale, nei settori specifici della Medicina quali, la branca della Genetica, della Gerontologia e della ricerca Oncologica. L'Autore, difatti, come saggista, utilizza i codici del linguaggio medico-scientifico più eccellente, per rielaborare in chiave personale le proprie considerazioni, e trarne spunti di riflessione e analisi critica originale e competente. Lo stile appare coinciso, semplice e scorrevole, tale da rendere agevole e propedeutica ai lettori, la lettura e la comprensione del testo scientifico. La neonata produzione letteraria in campo scientifico di Stelvio Nunziata, assolve perciò, pienamente alla sua funzione di stimolo intellettuale e creativo, per ogni fruitore, che intende relazionarsi e dialogare pariteticamente con le istanze della ricerca medico-scientifica più sperimentale.

Lo schema narrativo dell'Opera, dunque, si caratterizza fortemente per l'impulso chiaramente divulgativo e critico di notevole valore accademico; per la ricchezza e il dettaglio dei contenuti, la forma espressiva curata e meditata, quanto, anche, per le speculazioni a contenuto didascalico, che pare mediare un assunto di carattere filosofico o pseudo-filosofico ed escatologico, tentando di chiarire le ragioni della vita biologica dell'uomo sulla terra e i mille interrogativi, che, tutt'ora ruotano attorno all'evoluzione della specie.

L'Editore



Studio Critico Introduttivo



 

Sin dall'antichità o dagli albori dell'Umanità, l'uomo di ogni tempo, di ogni epoca e condizione antropologica, storico-geografica, culturale-religiosa ha cercato - mosso dalla spasmodica e continua ricerca di conoscenza e verità - di interpretare per quanto gli fosse possibile, il mondo, lo spazio in cui viveva, la natura e se stesso, alla luce di una chiara indagine critico-razionale, che gli permise di divenire, nel corso dei secoli, sempre più “sapiente” ed ancora “più cosciente” dei segreti o perlomeno dei meccanismi profondi che erano, e che sono, alla base della nostra vita, del cosmo e, naturalmente, finanche, di quei molteplici problemi che ruotavano attorno all'esistenza umana - quest'ultima ripensata, nell'arco delle ere, alla luce di una conoscenza più scientifica della natura e delle sue forze - che la governano e la rendono sia sul piano fisico, che evolutivo sempre in continuo movimento o trasformazione di cui fa parte, inevitabilmente, anche l'uomo, ed ogni creatura vivente, colti nella loro complessità ed interezza, malgrado quei limiti che sono imposti dalla medesima realtà sensibile.

 

Si finì così, dapprima, nel mirino di culti o pratiche religiose e dottrine svariate - pre-filosofiche - provenienti prevalentemente dall'Oriente, imbevute di mitologia, di prodigio e di fantasia, conosciute dai molti col nome di “Cosmogonie” (ricordiamo, a tal proposito, le due più famose: quella di Esiodo e quella di Omero), frutto di quella cultura e tradizione popolare antica - derivante particolarmente dal bacino del mediterraneo - che nel corso della storia del pensiero aveva elaborato, una propria analisi, che seppure poteva sembrare originale; in realtà col senno di poi, risultava, alquanto, “bislacca” e “carica d'immaginazione”, dunque, non conforme “alla mera naturalità”. Tuttavia, proprio, perché a questi miti sulla creazione del mondo mancavano, ancora, quelle prerogative tipiche delle teorie scientifiche, che successivamente, si affermò l'aspetto più logico e razionale: il “logos”, che non si limitò a prendere le cose per come esse erano, o potevano apparire agli occhi di un qualsiasi individuo - ovvero, senza alcuna ricerca o indagine, degna di essere definita tale - bensì si pose dei quesiti, delle domande e degli interrogativi, che aprirono “la coscienza umana” e “la nostra mente”, rendendola sempre più “dotta e illuminata”.

 

Ecco allora, che con il passare del tempo, con l'evoluzione continua della vita e degli organismi viventi di ogni specie e varietà, si giunse alla formazione della prima cellula vivente, che condusse in seguito all’uomo.

 

In seno all'argomento, vorrei ricordare al lettore, che cosa scriveva lo scienziato, patologo e antropologo tedesco Rudolf Ludwig Karl Virchow (1821-1902): “Omnis cellula e cellula” (ogni cellula nasce da un'altra cellula).

 

In sostanza, “la teoria dell'evoluzione”, per selezione naturale, formulata dal naturalista britannico Charles Darwin (1809-1882), ancor oggi fortemente discussa dai credenti e non, ha condotto, inevitabilmente, a dover credere che, dopo la cellula-uovo, sia avvenuta, anche la nascita e lo sviluppo di ogni singolo essere vivente; per essere più precisi sì è giunti ad un organismo più evoluto, ovvero “all'Homo sapiens” il quale, grazie alle trasformazioni verificatesi con ritmo sempre crescente nell'ambito della sua stessa sfera biologica e fisiologica come: “l'acquisizione della postura eretta”, “il bipedismo”, “la riduzione dei canini”, “l'espansione del cervello”, “l'utilizzo delle mani”, di conseguenza i numerosi cambiamenti muscolari e scheletrici, l'abilità nel sapere utilizzare i doni che la natura o meglio il territorio, in cui viveva gli offrivano; ed ancora grazie “alla sua intelligenza” e “alle potenzialità applicative”, riuscì a scoprire il modo di lavorare al meglio gli utensili, fino ad utilizzare i metalli, passando così inizialmente per l'età del rame a quella del bronzo; per poi giungere a quella del ferro.

 

In seguito, quando la capacità del cervello umano raggiunse l'acme dell'espansione e delle potenzialità, i primi “ominidi” riuscirono a trovare, pure, un nuovo modo per comunicare tra loro, diverso da tutto quello che prima era esistito; e cioè non utilizzarono più solo i suoni e i gesti, ma un linguaggio ben articolato, ossia “il linguaggio fonetico”.

 

Dopo l'evoluzione del sistema fonetico - in queste antiche terre - nacque e si sviluppò, anche, la scrittura, che favorì le prime attività e gli scambi commerciali tra popoli diversi, per cultura e religione, e con essi si incrementarono man mano, in ugual modo, le istituzioni sociali, politiche, religiose e culturali - quest'ultime, poi, segnarono il definitivo distacco dell'uomo dalla scimmia.

 

Dopo millenni di trasformazioni e cambiamenti non solo ambientali e naturali, si affacciava così la civiltà umana - con il suo bagaglio di esperienze, di sapere o conoscenze, ed ancora con la negazione degli istinti animali e l'origine della coscienza o della consapevolezza - che avrebbe trasformato e dominato la natura, favorendo “quell'ulteriore salto” di qualità prettamente verso l'evoluzione materiale, e, dunque, consentendo la nascita del pensiero Occidentale, fino a dar luogo all'intera storia dell'Universo. A questo proposito - esplicitando ulteriormente quanto è stato detto - si elabora, proseguendo nel ragionamento, che “il cammino umano”, allontanandosi dalla Natura preistorica “dei primati” e “dei primi ominidi” compì realmente un balzo in avanti, verso la realizzazione di un futuro ricco di strumenti tecnologici sempre più sofisticati, che portarono come conseguenza il progresso, il benessere, la ricchezza, la costruzione di macchine sempre più all'avanguardia, e la nascita della scienza - portatrice quest’ultima di una verità certa, definitiva, oggettivamente valida, e ricca di spunti teorici e tecnici - soprattutto in campo medico-scientifico, e, la terapia e la cura delle malattie del corpo, l'allungamento della vita, connesso, proprio, ai progressi scientifici e ad uno stile di vita più salutare, che via via diede origine ad una nuova fase o era: “la modernità”.

 

In tal modo “i più colti”, “gli illuminati”, “i naturalisti” , “i sapienti filosofi” e “i fisici-matematici” scandagliavano con i loro giudizi e le loro nozioni, “il perché delle cose”, “il perché della vita”, “il perché della morte”, concentrandosi, particolarmente, proprio sulla ricerca della felicità, del piacere, del godimento, anche se effimero dei beni naturali e non, o indagavano sui problemi esistenziali, cosmologici, politici e religiosi, ed ancora ponevano l'attenzione sulle infinite sfumature della realtà, dell'Universo, della natura e del suo rapporto con l'uomo, anche, se non mancarono, in tal senso, “le dispute e le accese polemiche”.

 

È, infatti, comune a molti di questi primi filosofi pagani e alle loro concezioni, l'idea di dover attingere a tutti i costi la verità, per poter così accedere ad una conoscenza della realtà più concreta, certa, indiscussa ed oggettiva. Ora, muovendo da queste prime considerazioni, che portano sempre a nuovi spunti di riflessione, a cavallo tra un secolo e l'altro, ecco che, alcuni pensatori ricercarono la verità, “in una visione metafisica e trascendente”, oggi, diremmo, alquanto astratta ed ultra terrena; piuttosto riconducibile all'idea di Dio e alla sua esistenza; altri studiosi, al contrario, non contenti dei sogni e delle illusioni, la individuarono in un percorso conoscitivo più certo e definito, decisamente “più scientifico”, secondo le regole e gli schemi dell'intelletto umano.

 

Di li a poco, nacquero le prime scuole di pensiero, legate ognuna all'uno o all'altro sapere; ed ancora i primi studi - che si collocavano sempre sul piano filosofico - ovvero si incentravano su diversi interrogativi, e riflettevano sul mondo e sull'uomo, sulla relazione con Dio, indagando sul vero senso o significato dell'essere e dell'esistenza umana, prefigurando, inoltre, il tentativo di studiare e definire pienamente la natura, accanto alle possibilità e ai limiti della conoscenza umana.

 

Ripercorrendo a ritroso, dunque, le fasi del sapere umano o della cultura tradizionale, si pervenne, così a due concezioni o prospettive: una più scientifica, fondata sull'intelligenza e sulla curiosità - caratteristiche, queste, tipiche dello scienziato - che mai pago della conoscenza sensibile cerca sempre di indagare e scoprire cosa c'è “sotto ogni cosa” o come funziona “ogni cosa”, elaborando sempre nuove teorie, finalizzate al progresso e al benessere della natura e dell’intera Umanità; l'altra più filosofica e/o religiosa, legata ai dogmi, alla spiritualità e alla fede, che conduce non tanto all'azione umana, quanto all'astrattismo e, dunque, ad una visione più escatologica del mondo e dell'azione dell'uomo: ovvero, ci guida - non senza un minimo di perplessità - a credere, persino, nell'esistenza “della vita oltre la morte” e, pertanto, nel desiderio di poter “vivere per sempre”. In proposito, ad avvalorare quest'ultima analisi, ecco cosa scriveva, il celebre filosofo olandese Baruch Spinoza (1632 - 1677): “Sopportando l'uno e l'altro volto della fortuna, giacché tutto segue dall'eterno decreto di Dio con necessità”, per cui “Non odiare, non disprezzare, non deridere, non adirarsi con nessuno, non invidiare in quanto negli altri come in te non c'è una libera volontà, tutto avviene perché così è stato deciso”.

 

Ed ancora, riguardo a queste prime ed attualissime riflessioni, ecco che cosa scriveva il filosofo greco Platone (427 a.C. - 347 a.C.), in uno dei suoi famosi dialoghi, il “Teeteto”: “É proprio del filosofo questo che tu provi, di esser pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo”...(...). Successivamente sarà il filosofo e scienziato stagirita Aristotele (384 a.C. o 383 a.C - 322 a.C), nel primo libro della Metafisica, a perfezionare, ulteriormente, le considerazioni fatte dal suo illustre maestro, scrivendo: “Tutti gli uomini tendono per natura al sapere. Lo segnala il loro l'amore per le sensazioni, amate per se stesse, indipendentemente dall'utilità, preferita tra tutte la vista, non solo in vista dell'azione, ma anche senza intenzione pratica. Il motivo è che, mostrando la molteplicità delle differenze, la vista fa acquisire più delle altre sensazioni (nuove) conoscenze. Per natura gli animali sono dotati di sensibilità, da cui in alcuni nasce la memoria, in altri no. Perciò i primi sono più intelligenti e (980 b) più capaci di imparare rispetto a quelli che non sanno ricordare. Sono intelligenti, ma senza capacità di imparare, quelli che non possono udire i suoni (come l'ape e ogni altro genere similare). Invece, quelli che, oltre la memoria, hanno anche l'udito imparano (meglio). Mentre gli altri animali vivono di immagini e ricordi e partecipano poco all'esperienza, il genere umano vive di attività tecniche e razionali”…(...).

 

E così, man mano che il tempo passava e la razionalità prendeva inesorabilmente sempre più il sopravvento, domandandosi fortemente quale fosse ad esempio “il principio misterioso,” o “archè” che dava origine a tutta la vita, all'esistenza di ogni essere vivente, o particella, molecola, ecc.; tuttavia, anche, quel forte bisogno di filosofare spingeva i più sagaci, i più arguti ad avvalorare, maggiormente, l'una o l'altra prospettiva (l'indagine filosofica o l'indagine scientifica), che condizionerà, in seguito, inizialmente tutto il pensiero classico ed ellenico; e più tardi, persino, il pensiero Occidentale - che sarà, viceversa, portatore di tecnologia, progresso, ottimismo e benessere in ogni campo delle scienze umane (Cfr. G. Fornero, Concetto e critica del romanticismo ottocentesco nel pensiero di Nicola Abbagnano, in Rivista di storia della filosofia, XXXIX, 1984, fasc. III, pp. 551-570: “La storia è progresso necessario e continuo in cui si vive attuando o manifestando l'Umanità nel suo sviluppo progressivo”).

 

A questo punto, ripercorrendo tutto il tempo passato, è storicamente accreditato, che noi assistiamo alla diffusione di questi due modelli, con cui si interpreterà “la realtàomnia”, che iniziati in età remota, culmineranno - passando per il Seicento e il Settecento, ed ancora per la prima metà dell'800 - nella nascita del Positivismo, in Francia, e consolideranno sempre più quella spaccatura tra l'indagine teorica e umanistica, e l'indagine tecnologica e scientifica, ovvero sperimentale; dal momento che, già, precedentemente con il filosofo e politico inglese Bacone (1561-1626), successivamente con il filosofo e matematico francese Cartesio (1596-1650); e poi, con l'illustre fisico, astronomo, filosofo e padre della scienza moderna, Galileo Galilei (1564 - 1642), era mutato il modo di osservare la natura - non più “buona o cattiva”, quasi “umanizzata” - ma strutturata secondo quei fenomeni che vanno osservati, sperimentati, quantificati, misurati; e solo in un secondo tempo, si potranno formulare delle ipotesi, delle teorie o principi e leggi, grazie anche all'apporto di nuove metodologie e scoperte scientifiche- astrologiche, come il cannocchiale o il microscopio.

 

Eppure, se da un lato la mente umana si apriva, maggiormente, alla meraviglia e allo stupore dell'esistenza - e la ragione si imponeva sul “senso comune”- dominando anche gli impulsi primordiali - dall'altra parte si assaporava, “un'amara verità”, e cioè: “che tutto il vivere, tutto il creato erano segnati dalla sofferenza, dalla malattia, dall'insicurezza; e di conseguenza anche l'intera esistenza umana e di ogni creatura, ruotavano intorno al dolore”!

 

E non solo questo, per essere più precisa, la vita dell'uomo era contrassegnata, soprattutto, dall'angoscia profonda connessa alla morte, che appariva come “un evento innaturale”, proprio perché scuoteva gli animi, turbava l'ordine naturale di ogni cosa, ed ancora, improvvisamente, troncava quella normalità e quella quiete, scandite dallo scorrere del tempo, delle stagioni e di ogni giorno; cosicché la perdita di una persona cara e non, creava dolore, sconforto, senso di impotenza e prostrazione!

 

Eppure, questa condizione, non era l'unica, a volte la morte poteva essere concepita, anche, come il ritorno dell'“individuale nell'universale”, il congiungimento del “finito o limitato con l'Assoluto”; oppure per esorcizzarne la paura, attraverso di essa, si acquisiva una dimensione diversa da quella terrena, ovvero più spirituale (l'uomo poteva vivere una nuova vita, divenendo “immortale”) e ci si proiettava, quindi, verso una dimensione nuova, libera da ogni dolore, corruzione e peccato, riconducibili sempre alla materia sensibile, dunque, al corpo. Non dimentichiamo, infatti, che proprio quest'ultimo tentativo di spiegazione ha prodotto nel Cristianesimo quella concezione, che, malgrado la vita, e sebbene ci sia ogni forma di progresso e di bellezza nella società e nel mondo, l'uomo prima o dopo muore e lascia la sua dimora terrena - segnata purtroppo, anche, dal dolore e dalla morte, per colpa del peccato commesso dal primo uomo, Adamo - però questo avvenimento non ci deve rattristare, perché la sua anima continuerà a vivere anche dopo la morte nella dimora eterna, immortale fatta di ristoro, luce e beatitudine (il paradiso) o di fuoco, buio, tormento e dolore (l'inferno); aspettando poi la resurrezione finale, dopo il Giudizio Universale e la venuta gloriosa di Cristo nuovamente sulla terra.

 

Riporto ora il passo di Matteo che chiarisce quanto dicevo prima: “E questi andranno nelle pene eterne e i giusti nella vita eterna” (Mt. 25:46).

 

In questa prospettiva cristiana e di profonda fede, dunque, non solo la sofferenza, ma anche la morte assumono un aspetto diverso e l'anima resta viva, ugualmente cosciente, ugualmente attiva come durante la vita terrena.

 

In tal modo, si comprende benissimo come, malgrado ci fosse una indagine critica, oserei dire nitida e razionale, tuttavia era ancora presente, la rappresentazione mitica o fantastica, sia nel sapere Orientale, che nelle colonie greche del Mediterraneo, con cui si cercava di allontanare dalla realtà del mondo, proprio il dolore, la malattia, le paure, come: la vecchiaia, i cataclismi, i terremoti, il forte senso di precarietà e caducità, che accompagnavano la vita di ogni organismo vivente, persino dell'uomo, che si distingueva dalla massa, proprio, perché possedeva la “ragione”, il “logos”. Spesso, rifacendosi sempre a questa prospettiva passata, non si può tralasciare, di menzionare, anche, l'altro aspetto interessante, presente sempre nelle culture mitiche e nei rituali religiosi dell'Oriente intero; e cioè la credenza “nella reincarnazione” o “nella trasmigrazione” delle anime, dopo la morte in un altro corpo, che poteva essere umano, animale o vegetale.

 

Questa idea, la si trova bene espressa, marcatamente, nella dottrina del filosofo e matematico greco Pitagora (570 a.C. - 495 a.C.), che rifacendosi “ai misteri orfici e all'orfismo” ci parla della morte come “se essa fosse il passaggio a una nuova forma di vita”.

 

In questo senso, i pitagorici sostenevano che, ogni singolo uomo è precipitato sulla terra, a causa “di una colpa originaria”, per cui è costretto “a trasmigrare da un corpo a un altro”, non solo nei corpi di altri uomini; ma anche di piante e animali. Per liberarsi da questa catena ciclica di successive morti e di rinascite, occorre ritornare allo stadio di purezza originaria - eliminando ogni traccia di male e negatività - ed ancora dedicarsi alla contemplazione disinteressata della verità, praticando i rituali sacri di iniziazione, di catarsi e di purificazione.

 

Si narra, che un giorno, mentre Pitagora passasse vicino a qualcuno che maltrattava un cane, abbia detto: “Smettila di colpirlo! La sua anima la sento, è quella di un amico che ho riconosciuto dal timbro della voce”!

 

Al di là dell'aneddoto, ulteriore risonanza in seno all'argomento si ebbe, permettetemi di dire, ancora una volta con il filosofo, tanto caro a tutta la tradizione del pensiero greco, Platone, che fa della reincarnazione la base per strutturare il suo pensiero “sull'innatismo della conoscenza”. Chiaramente, per far questo, lui ricorre, ancora una volta, non tanto alla razionalità, quanto al racconto mitico; e difatti tra i tanti miti narrati dal pensatore, vorrei citare il “mito di Er”, che viene posto al termine della Repubblica (libro X). Ma chi era Er? Er era un soldato, proveniente dalla Panfilia (regione mediterranea dell'Asia Minore), che morto in battaglia, ritorna in vita per rivelare agli uomini i segreti dell'oltretomba. In sintesi, tutta la vicenda, ricorda la narrazione di una vera e propria esperienza di pre-morte, vissuta da un comune uomo, nel caso specifico, un valoroso guerriero.

 

Ma leggiamo, alcune parti del racconto, oserei dire alquanto commovente, affascinante, emblematico e ricco di spunti interpretativi, che qui è riportato, per esaminare ulteriormente la concezione o il punto di vista di quel tempo. Ecco quanto scrive il filosofo: “Er figlio di Armenio, di origine panfilica. Costui era morto in guerra e quando, al decimo giorno, si portarono via dal campo i cadaveri già decomposti, fu raccolto intatto e ricondotto a casa per essere sepolto; al dodicesimo giorno, quando si trovava già disteso sulla pira, ritornò in vita e raccontò quello che aveva visto laggiù. Disse che la sua anima, dopo essere uscita dal corpo, si mise in viaggio assieme a molte altre, finché giunsero a un luogo meraviglioso nel quale si aprivano due voragini contigue nel terreno e altre due, corrispondenti alle prime, in alto nel cielo”...(…). “Così vide le anime che, dopo essere state giudicate, partivano verso una delle due voragini del cielo o della terra; dall'altra voragine della terra risalivano anime piene di lordura e di polvere, dall'altra posta nel cielo scendevano anime pure. Quelle che via via arrivavano sembravano reduci come da un lungo viaggio; liete di essere giunte a quel prato, vi si accampavano come in un'adunanza festiva. Le anime che si conoscevano si abbracciavano e quelle provenienti dalla terra chiedevano alle altre notizie del mondo celeste, e viceversa. Nello scambiarsi i racconti delle proprie vicende le une gemevano e piangevano, al ricordo di quante e quali sofferenze avevano patito e veduto durante il viaggio sottoterra (un viaggio di mille anni), mentre quelle provenienti dal cielo riferivano le visioni di beatitudine e di straordinaria bellezza che avevano contemplato”...(…). “Quando ormai era scesa la sera, si accamparono presso il fiume Lete, la cui acqua non può essere contenuta in nessun vaso. Poi tutte furono costrette a bere una certa quantità di quell'acqua, ma le anime che non erano protette dalla prudenza ne bevevano più della giusta misura; e chi via via beveva si dimenticava ogni cosa. Dopo che si furono addormentate, nel cuore della notte scoppiò un tuono e un terremoto, e all'improvviso esse si levarono da lì per correre chi in una, chi in un'altra direzione verso la nascita, filando veloci come stelle. Ma a Er fu impedito di bere l'acqua; non sapeva come e per quale via fosse tornato nel corpo, ma all'improvviso riaprì gli occhi e si vide disteso all'alba sulla pira”…(…).

 

Tuttavia, la filosofia greca, rispetto alla filosofia Orientale - quest'ultima capitanata dall'Induismo, dal Buddismo, dal Taoismo, dall'Ebraismo e dall'Islamismo, che vedevano nella casta sacerdotale quel potere assoluto e decisionale - aveva sempre una sua originalità e affermazione, proprio, perché essa derivava dal modello di vita delle poleis (città-stato) che promuovevano al loro interno la democrazia, il dibattito e la discussione tra i cittadini ateniesi.

 

Queste vicende politiche, economiche e culturali - al di là delle tradizioni rituali e dei costumi - nel corso del tempo fecero di Atene “la culla” della filosofia e della libertà greca. A testimonianza di quanto è stato detto, ed ancora, in cima alle prime fasi di questa mia riflessione, appare chiaro che la filosofia, prima ancora della scienza, e prima ancora dei numerosi benefici, ottenuti, grazie anche alla ricerca medica, sia stata, storicamente, quello strumento teorico e pratico, capace di condurre l'uomo alla felicità; in altre parole, essa ha rappresentato e rappresenta oggi, più di ieri, quel possibile tentativo “di liberare l'uomo dal dolore e dalle paure, che da sempre lo accompagnano, dal suo nascere alla morte, lungo il suo percorso di vita”.

 

Successivamente, sarà il paradigma tecnico-scientifico moderno a risollevare - con il suo ottimismo, con le sue conquiste, con i suoi mezzi economici e la produzione di farmaci sempre più miracolosi - l'uomo di tutti i giorni dalle numerose paure, dall'ansia che rendono l'esistenza umana e collettiva ancora infelice; sottoponendolo sempre più a terapie di ringiovanimento e difesa dalle malattie. Tutto questo, per garantirsi l'eternità, l'immortalità e sopravvivere per sempre!

 

Scrive il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer (1788-1861) nell'Opera più famosa, Il mondo come volontà e rappresentazione: “Ad eccezione dell'uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza (…). La meraviglia filosofica (…) è viceversa condizionata da un più elevato sviluppo dell'intelligenza individuale: tale condizione però non è certamente l'unica, ma è invece la cognizione della morte, insieme con la vista del dolore e della miseria della vita, che ha senza dubbio dato l'impulso più forte alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche del mondo. Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore, a nessuno forse verrebbe in mente di domandarsi perché il mondo esista e perché sia fatto proprio così, ma tutto ciò sarebbe ovvio” (…).

 

A riguardo è importante ricordare, anche, un altro filosofo greco, Epicuro (341-271 a.C.), che “nell'Epistola a Meneceo” considera la filosofia come un “quadrifarmaco”, ovvero “la filosofia come medicina dell'anima”, capace cioè, di liberare l'uomo da quelle quattro paure, che da sempre attanagliano il suo animo, causando prostrazione e angoscia.

 

Ecco in sintesi, che cosa scriveva il filosofo dell'isola di Samo: “Meneceo, mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire” (…). “Se non fossimo turbati dal pensiero delle cose celesti e della morte e dal non conoscere i limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura”…(…).

 

Per intenderci, il geniale Epicuro, al pari di un medico odierno, mette in atto una rassicurante e benefica terapia d'urto, ed elabora così, per ogni paura o male, la giusta cura.

 

Ecco, in breve, che cosa prescrive: “non bisogna temere gli dèi”, perché gli dei sono perfetti, beati ed eterni, abitano negli intermundia, cioè lo spazio tra i mondi reali; e per tale motivo, per non contaminare la loro natura divina, non si interessano delle faccende degli uomini mortali e non impartiscono loro premi o punizioni; ed ancora proseguendo nel rimedio dice: “non bisogna temere la morte”, perché quando noi ci siamo ella non c'è, quando lei c'è noi non ci siamo più; e via discorrendo aggiunge, anche, che: “non bisogna temere il dolore fisico” perché se il dolore è lieve, è sopportabile; qualora diventasse forte porterebbe inevitabilmente presto alla morte; e per concludere esorta a “ricercare il piacere”, cercando di soddisfare sempre quei “bisogni naturali e necessari”, senza eccedere; ma accontentandosi della propria vita, e godendo ogni momento come se fosse l'ultimo.

 

Eppure, mi piace, richiamare ancora una volta, l'attenzione del lettore, proprio su un altro aspetto, che a mio avviso, non andrebbe tralasciato, e che va a chiudere la mia attenta analisi di presentazione a questa bellissima opera scritta dall'illustre studioso/ricercatore Stelvio Nunziata; e cioè, malgrado siano cambiati i tempi, i valori e i costumi, l'uomo, colto, istruito, della nostra era moderna, sembra aver mantenuto quella condizione di insicurezza, di brutalità, di pazzia e ferocia, per non parlare di aggressività, che appartengono al nostro passato animale - quasi una sorta di zavorra - che lo porta a praticare nei riguardi del suo simile e di tutti gli esseri viventi azioni rivolte più al male che al bene; e difatti, malgrado i cambiamenti positivi che ci sono stati, e che continuano ad esserci - se si pensa al fatto che l'uomo è riuscito, pure, ad evolversi, grazie alla tecnologia che gli ha permesso di costruire astronavi per viaggi spaziali, ed ancora molte sono le scoperte e le innovazioni tecnologiche soprattutto in campo medico-scientifico (a partire dal XIX e XX sec.); per non parlare poi di nuovi farmaci, vaccini, cure, ricerche e scoperte in ogni settore della medicina - che garantiscono cura, prevenzione e salute - tuttavia, bisogna prendere anche atto, a malincuore lo dico, che c'è ancora molta strada da fare, per riuscire a liberarci del tutto dalla paura della morte e delle malattie, dalle guerre, dagli omicidi, dalle armi di distruzione di massa, dal nichilismo, dallo sfruttamento ecologico e ambientale, se è vero che l'essere umano possiede sensibilità e pensiero, allora dovrà far valere la propria ratio, dominando la natura e le sue risorse, con tecniche di controllo e sfruttamento scientificamente eque, di salvaguardia di ogni elemento.

 

Solo così, ci sarà quel miglioramento di vita tanto auspicato non solo per l'uomo, ma per ogni ente, animale e vegetale; ed ancora quando si realizzerà pienamente l'integrazione dei due modelli: filosofico-teologico e scientifico, allora, si potrà parlare di vero progresso corroborato dalla vera “rivoluzione scientifica”. Questo saggio, pertanto, non vuole solo far emergere la bravura dell'Autore, che è riuscito a condensare nel libro - argomenti di un forte e profondo impatto emotivo, e di grande interesse filosofico, scientifico e culturale - giacché, egli scrive con sagacia, rigore/determinazione, e buona capacità sintetica, senza tediare o appesantire in alcun modo il lettore, ma con acume e leggerezza di bravo ricercatore, senza forzature e imposizioni, rispettando l'una o l'altra ricerca e teoria, su argomenti cruciali e sempre attuali, come: l'invecchiamento, la morte, l'eterna ricerca dell'immortalità, la malattia, che possono toccarci da vicino e non solo; o ancora ci parla delle meravigliose scoperte mediche e sanitarie, che rimandano il lettore a dover vagliare e ad indagare sugli approfondimenti medici, sanitari e sulle numerose scoperte scientifiche, avvenute negli ultimi venti anni, perdendosi sempre più in quei meandri del ragionamento, che non conosce mai fine o conclusione. Pertanto, questo libro, ricchissimo di note, di spunti interpretativi, si avvale anche del contributo medico-scientifico di illustri Professori, Scienziati, Premi Nobel della medicina, Biologi molecolari ed Evoluzionisti, ed ancora delle scoperte recenti compiute dai giovani Ricercatori medici di tutto il mondo, che ogni giorno - sforzandosi e impiegando, oltre al proprio tempo, anche incendi somme di denaro, al chiuso dei loro laboratori - studiano le cellule (un esempio sono le ultime scoperte condotte sulle cellule staminali; e difatti c'è un campo, per il quale l'uso delle staminali embrionali sarebbe molto utile: la ricerca biomedica. In breve, con le embrionali c'è la possibilità di creare tessuti umani), cercando la cura che possa guarire definitivamente quei terribili “morbi” del corpo e dell'anima, che affliggono l'intera Umanità, senza via di scampo, quali: l'AIDS (o sindrome da immunodeficienza acquisita) e il tumore; oppure si industriano nel tentativo di garantire all'uomo “l'elisir di lunga vita” (la leggendaria pozione o elisir capace di donare la vita eterna e l'immortalità a chiunque lo beva) o ancora una vita più felice e più sana, libera da ogni epidemia.

 

Basti considerare, a tal proposito, che ogni anno sono all'incirca 600.000 le persone che si ammalano di cancro; e la maggior parte di queste muore di tale malattia, tra indicibili dolori e sofferenze!

 

Con ciò, infatti, non si vuole sminuire l'operato dei medici e dei ricercatori perché, nonostante questi dati, non va tralasciato il fatto, che ci siano stati dei progressi per quel che riguarda la cura chemioterapica e la terapia radiante; per non parlare poi della miglioria, che ha interessato la tecnica chirurgica e lo studio approfondito, anche, sull'alimentazione, capace di tenere sotto controllo gli effetti devastanti della malattia in alcuni pazienti. Scrive lo psicologo Robert Betz: “Ogni essere umano desidera un'esistenza appagante e piena di soddisfazioni, eppure molti di noi vivono nella coscienza della mancanza: ci “manca” questo, “abbiamo bisogno” di quest'altro. Viviamo una vita scialba, in cui ci sembra manchi la gioia di vivere. Andiamo a lavorare controvoglia, facciamo sacrifici per gli altri, senza sapere cosa vogliamo realmente e ignorando cosa ci rende felici. Una vita priva di consapevolezza, triste e piena di incertezze”...(...). Non sorprende, allora, se dico che l'Autore ha dimostrato abilità, capacità - oserei dire - una certa autorevolezza, nel trattare ogni notizia scientifica, contenuta in questo brillante studio, un excursus storico ricco di riferimenti fantastici, storici, scientifici che può essere letto da tutti, ed analizzato e divulgato - indipendentemente dalla propria formazione culturale o dal proprio credo religioso - con animo libero da ogni condizionamento e dogma; inoltre all'interno della sua ricerca non esiste un singolo studio, o modello interpretativo; ma tanti approcci, tante metodologie e schemi scientifici, che si intersecano fra loro creando una enorme rete di informazioni, che ampliano le nostre conoscenze.

 

È altrettanto importante comprendere: “l'importanza delle nuove ed emergenti tecnologie mediche, che smontano le idee storiche di morte e dell'Io”, ed ancora: “Il corpo è solo una macchina complicata. Non c'è componente del corpo che non possa essere riparata o sostituita, almeno in linea di principio”...(...). “È non c'è ragione sociologica per credere che le nostre conoscenze mediche, biologiche e tecnologiche, in costante accelerazione, non continuino a produrre una durata della vita crescente”...(...), come scrive il Nostro puntiglioso e meticoloso ricercatore.

 

Durante un mio incontro con l'Autore, alla domanda sul perché avesse scritto questo libro, così ricco di notizie, che muovono la nostra riflessione sull'uomo - colto nella sua mera condizione esistenziale, empirica; in altri termini nella sua totalità o interezza - Egli mi rispose: “Ho scritto questo libro, ispirandomi allo slogan della campagna londinese contro l'AIDS, che diceva testualmente: “DON’T DIE OF IGNORANCE”! Non morite di ignoranza!.

 

Ma cosa vuol dire la parola “ignoranza”? E soprattutto perché l'Autore la utilizza, come chiave di lettura, per comprendere appieno il significato di tutto il suo meraviglioso contributo?

 

Troviamolo questo filo di Arianna e dipaniamo la matassa!

 

Ancora una volta è il pensiero filosofico greco a venire in nostro aiuto; e nello specifico è il filosofo Socrate (470/469 a.C. - 399 a.C.), che afferma: “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta dall'uomo”, dunque, “l'ignoranza è l'origine di tutti i mali”. Senza dubbio, l'affermazione è più che giusta, se si pensa al fatto, che se noi ignoriamo la conoscenza di qualcosa, allora noi non potremmo mai argomentare su essa, e non solo, basti pensare, anche, che non riusciremmo a dire se un punto di vista è corretto o sbagliato; ed ancora non potremmo far crescere il nostro bagaglio di conoscenze o di esperienze!

 

Senza dubbio, oggi, si riscopre fondamentale il dover correre alla medicina e all'aiuto di medici specializzati, per evitare la morte prematura o la malattia; si dice, infatti, comunemente: “meglio prevenire che curare”; ma questo non sarebbe possibile o risulterebbe azione vana, se vivessimo nella mancanza di conoscenza, non avremmo neppure quella spinta a comprendere la vita e le sue molteplici sfumature; ed ancora non ci sarebbe l'aspettativa per un futuro migliore ricco di scoperte, di progresso scientifico o farmaceutico, e di benessere.

 

Non ci sarebbe più futuro per noi, per i nostri giovani e i nostri figli!

 

Insomma, ripiomberemmo nei secoli più bui della storia umana, nel baratro dell'indifferenza, dell'egoismo, dei pregiudizi, dell'ignoranza e della stupidità, per non parlare poi di arretratezza, animalità e precarietà. Non si potrebbe parlare né di passato, né di presente e né di futuro!

 

Non avrebbe senso, neanche, parlare di un'“evoluzione della specie umana” o di “teoria dell'evoluzione”, dato che al di là della selezione naturale, fu proprio l'evoluzione, il linguaggio, la cultura - indipendentemente dalle condizioni storico-geografiche - a favorire la nascita della società umana, delle leggi e dell'etica, che spinsero sempre più l'agire umano a ricercare la felicità, il piacere evitando il dolore.

 

A comprovare quanto è stato detto, è interessante notare che cosa scrive il filosofo, politico e storico italiano Benedetto Croce (1866-1952): “Non così verso gli antenati che ci assegna il Vico i quali hanno in fondo al cuore una favilla divina, e Dio temono, e a lui pongono are, per lui sentono svegliarsi il pudore e fondano i matrimoni e le famiglie e seppelliscono i morti corpi, e per quella favilla divina creano il linguaggio e la poesia e la prima scienza che è il mito. In questo modo la preistoria, dove accade che sia innalzata veramente a storia, ci mantiene dentro l'umanità e non ci fa ricascare nel naturalismo e nel materialismo”.

 

Ecco allora, che si comprende l'importanza dell'essere dotti, dell'essere desiderosi di nuove mete, scoperte e conquiste in ogni campo; ed ancora dell'essere in grado di interpretare correttamente ogni situazione, ogni realtà allontanando da noi il dolore, e tutto ciò che può nuocere alla crescita di ogni essere vivente, e al suo sviluppo psico-fisico; aiutandoci gli uni con gli altri, riscoprendo la solidarietà e il dialogo; solo così, avrà avuto senso l'evoluzione umana e ogni teoria speculativa.

 

La scienza soprattutto quella bio-medica deve liberamente e incessantemente produrre, e deve garantire impegno, competenza professionale e la salute pubblica di tutti i cittadini; e al primo posto deve garantire la cura e il rispetto della dignità di ogni paziente.

 

Prima di concludere, vorrei esprimere un ringraziamento al Dott. Atanasio Bisignano, Titolare della Casa Editrice Cliodea, che ha spronato il Nostro Autore, Stelvio Nunziata, a pubblicare prontamente questo suo interessantissimo e corposo saggio, ricco di note e riferimenti anche a fatti concreti e a notizie scientifiche aggiornate.

 

Auguro all'esordiente Stelvio, con tutta la stima affettuosa e il rispetto che ben merita, il successo sincero per la pubblicazione di tanti altri bei lavori come questo, realizzato con il suo unico impegno, serietà, talento, originalità ed un ad maiora semper.

 

 

 

Prof.ssa Donatella Bisignano (Docente e Resp. Ufficio Stampa e Comunicazione della Casa Editrice)




 

Caratteristiche Editoriali

 

  • Dimensioni del Libro 15x21
  • Rilegato con Coperta telata e scatolata
  • Sovracoperta a colori plastificata con finitura opaca e alette
  • Pagine colore avorio
  • Foto B/N e a colori con didascalie
  • Note Critiche ed Esplicative
  • Studio Critico Introduttivo della prof.ssa Donatella Bisignano
  • Codice ISBN 9788890339561
  • Prezzo al pubblico 25,20€

 

 

 

Per Info e Comunicazioni www.editricecliodea.com

 

 

 

Email:. atanasiobisignano@yahoo.it - bisignano_at@libero.it

 

 

 

Per prenotazioni Telefoniche:.             +39 0984482565       con segr. tel.

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01/12/2011

In Lavorazione il Saggio inedito di Stelvio Nunziata: "L'Uomo Extratemporale"

INFO/News: 01/12/2011 - In corso di Lavorazione Editoriale, per la Collana di Studi e Ricerche sez. "Mito e Scienza" diretta e curata dalla prof.ssa Donatella Bisignano, docente e filosofa, il Saggio inedito dell'Autore Stelvio Nunziata, scrittore, saggista, ricercatore metodico e studioso poliedrico, dal Titolo: "L'Uomo Extratemporale", il Dono Mistico dell'Immortalità attraverso il viaggio per la conquista dell'Eternità.

Un Saggio a carattere filosofico e scientifico sul concetto di vita eterna, intesa come capacità dell'uomo a sopravvivere all'infinito, o per un lasso di tempo più o meno grande, senza dover per questo affrontare la condizione ineluttabile della morte fisica e/o biologica del corpo materiale; il corpo umano e l'anima nel loro divenire dialettico, attraverso un percorso evolutivo, che diviene fisico e scientifico ma anche di ascesi spirituale, e che spinge l'uomo ai confini della propria conoscenza e a desiderare l'eternità.

La "ragione" della Ricerca scientifica più innovativa e i "dogmi" della Fede religiosa, in materia di evoluzione biologica umana e di liberazione "escatologica" dell'essere sulla Terra, sono messi a confronto ed analizzati, secondo uno schema narrativo chiaro e divulgativo ed una chiave di lettura originale e avvincente.

La Redazione

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28/11/2011

S. Natale 2011: Auguri

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Il Libro "La Primavera Rivelata" di Mariarosaria Salerno e tutte le Produzioni di casa CLIODEA sono in vendita onLine su tutti i Portali web e-commerce, nazionali ed internazionali: 

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11/02/2011

La Primavera Rivelata di Mariarosaria Salerno

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Note Biografiche



Mariarosaria Salerno, nasce a Reggio Calabria, risiede a Cosenza, dove insegna, attualmente, Disegno e Storia dell'Arte negli Istituti Superiori.

Laureata in Architettura presso l'Università degli Studi di Reggio Calabria, si è specializzata a Roma in Tecniche della Conservazione dei Beni Culturali, conseguendo anche i titoli di Tecnico V.I.A. e di Addetto alla P.A., presso l'Istituto Superiore Europeo di Studi Politici, di Reggio Calabria.

Pluriabilitata all'insegnamento ha collaborato a numerosi progetti ministeriali, ed ha conseguito numerosi riconoscimenti in premi e concorsi letterari: Premio Nazionale “Mater”, Carrara, 1990; Premio Lett. Naz. ”Alfonso di Benedetto”, Chiusia Pesio (Cn), 1990; Premio “Citta’ del Marmo “, Carrara, 1990; Premio “Natale”, Carrara, 1990; Premio Internazionale permanente “Oggi futuro”, Reggio Cal., 1990/1991; Premio Naz. “Primavera Strianese”, Striano (Na), 1991; Premio Lett. Internaz. “Trofeo degli Appennini”, Luco, 1991; Premio Internaz. “Nuovi Orizzonti”, Sorrento, 1991; Premio Internaz. “Seleuropa”, Luco, 1991; Premio Naz. “Citta’ di Latina”, Latina, 1991; Premio Lett. Internaz. “Valori della Vita”, Napoli, 1991; Premio “Calabria 79 ”, Praia a Mare (Cs), 1991; V° concorso Lett. Internaz. “Giovanni Gronchi”, Pontedera (Pi), 1991; XXI° Conc. Internaz. “Golfo di Napoli”, Sorrento, 1992; XXIII° Conc. Internaz. “Giuseppe Ungaretti”, Sorrento, 1992; Premio Lett. Naz. “Dante Alighieri”, Montecatini, 1992; XXIIIª Ed. Conc. Internaz.”Premio San Valentino”, Terni, 1992; XXIIª Ed. Conc. Internaz.”Premio Madre Terra, Sorella Acqua”, Assisi, 1993; I° Premio Lett. Naz. “Omaggio a Giacomo Puccini”, Lido di Camaiore, 1993; Concorso Lett. Internaz. ”Premio Umbria”, 1993; Premio “Citta’ di Viareggio”, Lido di Camaiore, 1993; Concorso Internaz. “G. Ungaretti”, XXVIIIª Ed., Napoli, 1998; I° Premio Lett. Naz. “Giuseppe Federici, Rimini, 1999; Premio Internaz. “Citta’ di Santa Maria a Monte”, 2000; Premio Naz. “Litorale Pisano”, Pisa, 2000; Granpremio Internaz. “Interart”, Carrara-Hallstahammar, Carrara e Hallstahammar (Svezia), 2000; Concorso Internaz. “Citta’ di Avellino”, Avellino, 2001; Premio Nazionale Histonium, XXIVª Ed. Vasto ( Ch), 2009; I° Concorso di Poesia inedita “ il Federiciano”, Rocca Imperiale (Cs), 2009. VIIª Rassegna d'Arte e Letteratura “Omaggio a Cortona, Storica città d'Arte, Cortona, 2010; Rassegna d'Arte e Lett. “La Vela e il Mare, Lido di Camaiore, 2010; IVª Biennale d'Arte e Lett. “Omaggio alla Città di Roma, Roma 2010; Premio nazionale “Histonium”, XXVª Ed., Vasto (Ch), 2010.

L'Autrice è presente in numerose antologie poetiche e riviste, con poesie, racconti e saggi; per di più ha collaborato con recensioni e racconti alla rivista “Gli Artisti del giorno”, Cuneo, 1990-1991; ed ancora con diversi articoli a carattere storico-artistico e poesie che sono presenti nel periodico “L'Altra Reggio”, 1990-1991. Successivamente ha curato per l'Istituto d’Arte di Locri (Rc) “L’Annuario 1998”; ha pubblicato il volumetto “Castelli di Calabria - Storia, Arte, Folklore”, Ed. Pellegrini, Cosenza, 1999; ed ha collaborato con la rivista “Nuova Dimensione” con articoli a carattere storico, artistico o antropologico, Vibo Valentia, 2003-2004. La Scrittrice è presente, anche, con una sua analisi inserita nel ”I° Quaderno del Liceo”, 2006, realizzato dal Liceo Classico di Trebisacce (Cs), su una ricerca condotta dal prof. Bellino dell’Universita’ di Napoli sulle problematiche adolescenziali; infine ha pubblicato una prima Silloge poetica intitolata “Pennellate d’Azzurro”, Ed. il Filo, Roma 2008; ha pubblicato il volume intitolato “Il Portale nei secoli”, l’Officina delle Idee Edizioni, Cosenza, 2009; e di recente ha pubblicato per i tipi di Editrice Cliodea la Silloge “Le Parole del Cuore” Cosenza 2010; ed è diventata Redattrice per la Calabria di Cronache Italiane, testata dell'Ansa.

Oltre a ciò, per il liceo classico di Melito Porto Salvo (Rc), ha curato i costumi e le scene della “Medea”, 1995; per l'IPSSCTSP di Vibo Valentia ha realizzato le scenografie della rappresentazione teatrale “La Giara”, 2001; ha collaborato alla realizzazione di mostre e di carri allegorici di carnevale per l'Istituto Statale d'Arte di Locri (Rc), 1998-1999, per conto del quale ha prodotto uno studio sul “gioiello magnogreco”, la cui collezione è stata poi realizzata dall'orafo Gerardo Sacco; ha realizzato le scenografie della rappresentazione teatrale “Changing”, organizzata dal Liceo Scientifico “E. Fermi di Cosenza, 2010; è presente in cataloghi artistici e siti internet con recensioni d'arte, tradotti anche in lingua straniera; è stata relatrice in numerosi convegni e conferenze; è entrata a far parte del Comitato tecnico-scientifico della Casa Editrice Cliodea, in qualità di direttrice e curatrice, della Collana editoriale di “Storia dell'Arte e Architettura”, nonché Vice Presidente dell'Associazione Culturale “Credendo Vides International Onlus”, di prossima istituzione.




Premessa dell'Autrice



L'Arte ha da sempre celato misteri interpretativi connessi al momento storico in cui si è realizzata, alle civiltà presso la quale si è evoluta, alle funzioni che l'opera d'arte doveva assolvere. Così da un'arte primitiva, simbolica, con funzione magica o propiziatoria, si è passati ad espressioni artistiche più razionali, che utilizzavano regole e leggi, applicavano canoni, ricercavano nuove tecniche.

Attraverso i secoli, l'Arte si è posta numerose domande ed ha cercato di risolvere problematiche tecniche, funzionali ed estetiche di notevole interesse scientifico, coinvolgendo ambiti sempre più vasti e specialistici. Tuttavia, storicamente, non sempre, gli artisti hanno goduto di grande fama ed attenzioni, che fossero considerate degne di vera lode e gratitudine, per i successi artistici, conseguiti dai medesimi. Eppure, gli artisti, soprattutto nel Rinascimento, non sono stati solo dei semplici “esecutori di opere” o “degli artigiani”, come erano ritenuti nel Medioevo, difatti, l'artista rinascimentale era stimato come “uomo colto ed erudito”, “un profondo osservatore della natura”, “un ricercatore attento e minuzioso”, conoscitore di ambiti disciplinari molto diversi tra loro, eppure non sempre questi aspetti, sono stati tramandati con esattezza sullo sfondo dei fatti più salienti della storia.

Solo in alcuni casi, come è accaduto, ad esempio, per Leonardo da Vinci, per Piero della Francesca, per Leon Battista Alberti, è stato possibile rilevare l'importanza dello studio effettuato da quegli illustri personaggi di quel secolo, essendo che i loro scritti, appunti e trattati sono pervenuti integri fino ai nostri giorni. Di Leonardo, inoltre, ci sono giunti svariati scritti (appunti, schizzi, lettere, ecc.) ai quali si è potuto concretamente attingere, per avere informazioni sugli studi di ingegneria militare, di architettura industriale, di meteorologia, di fisica, di anatomia, di tecnologia, ecc. Anche i trattati di Leon Battista Alberti, sulla pittura, sulla scultura e sull'architettura hanno prodotto una svariata quantità di informazioni. Così pure, per quel che concerne la produzione artistica e letteraria di Piero della Francesca. Tra gli artisti-letterati, di gran fama, il Vasari si è rivelato una delle fonti più accreditate ed attendibili.

Questo lavoro, pertanto, non vuole solo fare emergere l'importanza dell'arte in un particolare periodo storico, artistico, e sociale come quello rinascimentale; ma vuole nel contempo far conoscere ai lettori la grandezza di una singolare personalità artistica, in questo caso, il Botticelli, ed evidenziare le numerose difficoltà riscontrate dai critici o studiosi, anche, dell'arte moderna ad interpretare adeguatamente e correttamente tutta la sua produzione artistica, attraverso l'analisi di un'opera meravigliosa, celeberrima, come è appunto, “La Primavera”.

La Primavera, che Botticelli ha caricato di significati, velandone il vero senso del racconto alle moltitudini, per mezzo di simbolismi tra i più misteriosi ed indecifrabili, pure ad una lettura più attenta, risulta che il Maestro in questione non utilizzò un solo “codice”, ma diversi codici interpretativi. La scelta da parte mia di questo titolo: “La Primavera Rivelata” nasce, proprio perché, il termine “rivelare” cela significati sottili e contingenti, infatti il verbo “velare”, vuol dire celare, nascondere, coprire con un velo; mentre la parola “rivelare” vuol dire rendere manifeste le cose sconosciute, segrete e misteriose. La Primavera, che volutamente è stata velata nella sua essenza con l'uso di simbolismi criptici ed esoterici, ora più che mai rivela la sua vera identità.

Il presente studio si sviluppa attraverso cinque Capitoli, ognuno dei quali cercherà di chiarire quegli aspetti specifici congiunti all'opera; ed inoltre servirà per una completa ed articolata comprensione della medesima. Il primo Capitolo, di introduzione, focalizza l'attenzione sull'autore e sul ruolo degli artisti nel Rinascimento. Il secondo Capitolo, trattando il significato figurale e retorico dell'opera d'arte, si trasforma in substrato per la comprensione del Terzo, che entra, al contrario, nel vivo dell'indagine, attraverso una “lettura” metodologica dell'opera, trattando varie ipotesi e vagliando fonti, motivazioni, elementi reali e non, per cercare di giungere ad ipotesi attendibili. Vengono, inoltre, confrontate tesi, opinioni, ricerche, studi, critiche; tutte notizie interessanti, tutti apportatrici di piccoli tasselli nella realizzazione di un grande “puzzle”, e cioé svelare “il mistero, o meglio i misteri, della Primavera”.

Il quarto Capitolo si sofferma sul concetto di bellezza nelle varie epoche e quindi sull'estetica. Infine il quinto Capitolo rivela il linguaggio dei fiori, che sono molto presenti nel quadro. Naturalmente, ringrazio tutti coloro che mi hanno incoraggiata nel portare avanti questo mio studio e mi hanno aiutata nel reperimento di materiale più o meno interessante per la completezza del saggio, trattando ambiti molto diversi, dalla storia, alla filosofia, dal simbolismo, alla floricoltura, dalle tecniche, alla psicanalisi.

In particolare ringrazio di cuore il mio editore, Dott. Atanasio Bisignano, che da uomo colto e raffinato; e da “iniziato”, ha compreso i significati più criptici e profondi del saggio, sostenendomi ed aiutandomi. Un ringraziamento sentito lo esprimo nei confronti dell'Arch. Prof. Fulvio Terzi per aver fornito informazioni e materiale critico di grande importanza; un caro e affettuoso ringraziamento lo rivolgo pure alla collega ed amica, Prof.ssa Donatella Bisignano per tutto il lavoro di revisione e per i consigli e suggerimenti che mi ha dato per la trattazione filosofica; e al di lei padre, Prof. Ottavio A. Bisignano, per aver voluto arricchire ed impreziosire, il mio lavoro con le sue opere poetiche; ed infine, un doveroso ringraziamento lo rivolgo anche al collega Prof. Antonio Niccoli per avermi reperito materiale e saggi, molto utili alla realizzazione di questa opera.

Mariarosaria Salerno

(In corso di pubblicazione, per info e prenotazioni del Saggio, email:. atanasiobisignano@yahoo.it)

 

16/12/2010

S. Natale 2010: Auguri di Buone Feste!

> S. Natale 2010: Auguri di Buone Feste!

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12/07/2010

Novità Librarie: Panegirico in onore di S.Umile da Bisignano

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Studio Introduttivo



Ottavio Amilcare Bisignano si ripresenta ancora una volta al pubblico con un suo lavoro in cui dedica, con piena maturità, una lode alla vita santa in onore di frate Umile da Bisignano, ovvero: un Panegirico. Umile da Bisignano, un umile Frate di nome e di fatto, con il suo operato da "perfetto orante e celeste contemplativo" visse fra i secoli XVI e XVII.

Il 25 agosto del 1582 a Bisignano (Cosenza), in una casa del rione San Pietro, Ginevra Giardino, moglie di Giovanni Pirozzo, partorì un bambino, il quale ricevette il battesimo, con il nome di Luca Antonio, il giorno successivo (26 agosto) presso la cattedrale di Bisignano. Luca Antonio sin da bambino dimostrò grande amore e reverenza verso il Signore: "píetas et amor".

A diciotto anni di età sentì la disposizione dell'animo, ovvero: la chiamata (cioè la "vocàtio") a scegliere la vita religiosa, ma prima dell'attuazione volle per nove anni raccogliersi nella preghiera ed attuare l'azione della penitenza ("poenitèntia"). Importante per la formazione spirituale di Luca Antonio fu Marcantonio Solima, religioso pio e dotto appartenente all'Ordine dei Francescani Riformati, il quale fu suo parroco. Inoltre, importante fu anche l'iscrizione e la frequentazione della Confraternita dell'Immacolata Concezione, il cui sito era nella Chiesa dei Francescani Riformati.

La sua ammissione all'Ordine avvenne l'1 settembre del 1609, aveva ventisette anni di età, vestì l'abito (il saio) e prese il nome di "Frate Umile". Alla fine dell'anno del suo noviziato, durato un anno nel convento di Mesoraca (in provincia di Crotone, dove erano Superiori del convento, padre Cosimo da Bisignano, e maestro dei novizi, padre Antonio da Rossano), rischiò di non essere ammesso alla professione, perché gli riusciva difficoltoso recitare a memoria le Regole, ma andò in suo aiuto la Madonna (Maria Santissima), riuscendo a recitare le Regole con speditezza, ed egli fu ammesso alla professione; era il 4 settembre del 1610. Venne destinato al Convento di Bisignano, dove condusse una vita al servizio degli altri Frati e pregando. Dal Convento di Bisignano, passò successivamente a quelli di San Lorenzo del Vallo, di Cosenza, di San Marco Argentano, di Pietrafitta, di Figline, di Rossano e di Catanzaro.

Le frequenti estasi, che egli aveva avute fin da ragazzo, divennero pubbliche a partire dal 1613 e fu chiamato: "Frate estatico". Il dono dell'estasi consisteva nel rimanere sospeso nell'aria (fenomeno della levitazione), con le mani giunte, ed in uno stato di completo rapimento spirituale che gli donava coscienza divina. L'estasi è il massimo approdo, ovvero: il vertice per eccellenza di elevazione raggiunto nella preghiera. In merito alle estasi avute da Frate Umile, il suo confessore, padre Dionigi da Canosa, una volta gli chiese cosa domandasse al Signore, egli rispose: "...fa' che io ti ami come sono obbligato ad amarti; perdona i peccati a tutto il genere umano, e fa' che tutti amino come sono obbligati ad amarti!". Egli, nello stato di rapimento dell'estasi, parlava con Dio in maniera sublime. Frate Umile, oltre ad avere il dono dell'estasi, era dotato anche di doni carismatici (carisma deriva dal latino ecclesiastico "charisma, -atis, che è dal greco "chàrisma": "dono", ovvero: dono dello Spirito Santo); i miracoli, la scienza infusa (la scienza avuta da Dio, senza studiare, chi è competente in molte discipline); la profezia e la scienza dei cuori.

Nella teologia cattolica, le virtù intellettuali, che affinano l'intelletto, si distinguono dalle virtù morali, che sono di guida alla volontà nel conseguimento del bene; altra distinzione si ha fra le virtù naturali, quelle acquisite dall'uomo, e le virtù infuse, quelle che l'uomo riceve direttamente per grazia divina; fra queste ultime si ricordano soprattutto le tre virtù teologali, fede, speranza e carità (in quanto hanno per oggetto principale Dio), e le quattro virtù cardinali (principio e fondamento delle altre virtù), prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Frate Umile non era dotto, addirittura era analfabeta, ma riusciva a dare risposte sulla Sacra Scrittura da meravigliare i presenti, come molte volte avvenne davanti ad assemblee (come ad es. quelle formate da sacerdoti e regolari, di professori cosentini, dall'Arcivescovo di Reggio Calabria, dall'Inquisitore monsignor Campanile e dal P. Benedetto Mandini).

Il Papa, Gregorio XV, lo volle a Roma e, tenendolo in grande considerazione, gli chiedeva il suo parere su importanti questioni della Chiesa. Il Papa Urbano VIII lo nominò suo Consigliere per tre anni di seguito. A Roma, frate Umile, soggiornò soprattutto nel Convento di San Francesco a Ripa e poi anche nel Convento di Sant'Isidoro. Ritornò al suo paese natìo perché gravemente ammalato, ma prima di arrivare a Bisignano sostò a Napoli, per ricevere adeguate cure mediche, nel Convento di Santa Croce. Nel suddetto Convento diffuse il culto al Beato Giovanni Duns Scoto. La morte lo colse nella sua cella (nel Convento di Bisignano) alle ore nove e mezzo del 26 novembre 1637.

La sua beatificazione venne avviata, tramite un processo canonico, nel 1684; il 4 ottobre del 1780, le sue virtù teologali e morali furono dichiarate eroiche (perché egli era ritenuto modello di perfetta vita cristiana) dal Papa Pio VI. Soltanto molti anni dopo, il 21 novembre del 1875, venne ottenuta la beatificazione (il Papa di allora era Pio IX). Il 27 marzo del 1881 avvenne l'ufficializzazione (il Papa era Leone XIII). La sua beatificazione avvenne il 24 gennaio del 1882. Il 19 maggio del 2002 fu proclamato Santo dal Papa Giovanni Paolo II. La sua festa ricorre il 26 di novembre. Egli visse senza nulla di proprio ed in castità. Fra i suoi miracoli è da ricordare, per tutti, quello verificatosi durante il viaggio in Sicilia; egli, nell'attraversare lo Stretto di Messina, trasformò l'acqua salata del mare in acqua dolce per dissetare l'intero equipaggio.

Ritornando a parlare del lavoro di Ottavio Amilcare Bisignano, egli lo suddivide in due parti, la prima è il Panegirico, a modo di versi, contenente ventisette strofe, libere e lunghe, nelle quali pregnante risulta la conoscenza spirituale del Santo. In merito al numero di ventisette strofe, mi sembra una scelta voluta dall'Autore e riferita ai ventisette anni di età al momento dell'ammissione all'Ordine di Luca Antonio, prendendo il nome di "Frate Umile". La seconda parte è un'appendice fotografica arricchita da note esplicative, nella quale l'Autore fa conoscere soprattutto i luoghi frequentati da Sant' Umile. Il Panegirico si apre con un'esclamazione vocativa, che mette subito in luce l'alta figura del "servo di Dio...penitente umile e povero".

L'Autore nel prosieguo del lavoro mette in risalto, fra l'altro, lo "straordinario apostolato religioso come fraticello questuante"; i suoi "numerosi fenomeni soprannaturali"; l'asportazione da parte di persone di parti del saio da custodire come reliquia e che "la tonaca, sforbiciata, ridotta a brandelli, per prodigio divino ritornava...integra"; era "votato da decenni all'aspra penitenza con digiuni, veglie, e col cilicio - armato di punte - per disciplinare le passioni, mortificando i sensi e gli istinti della carne"; "Tormentato nel corpo dalla malattia subivi gli ultimi impietosi e violenti attacchi delle potenze infernali...".

Con la penultima strofa (XXVI), l'Autore inizia la chiusura del lavoro con un'altra esclamazione vocativa: "O Mirabile Beato Frate Umile - insignito dell'aureola di Santità, splendore di umiltà e di purezza, potente intercessore presso Dio - sei stato un incomparabile esempio per tutti i credenti, laici e religiosi del tuo tempo, di semplicità, di povertà, di abnegazione e di obbedienza alla Regola; di assoluta dedizione e devozione al Culto del Crocifisso...e di Maria Santissima...".

L'Autore, calandosi nel periodo storico degli avvenimenti, è riuscito in modo incisivo a far emergere l'operato del Santo, con espressioni chiare e scorrevoli. Il Panegirico di Ottavio Amilcare Bisignano, per essere apprezzato nella sua completezza, prima deve essere letto, poi studiato ed infine fruito.

Giovanni Cimino

 

 

Profilo Biografico dell'Autore



Ottavio Amilcare Bisignano, nasce a Cosenza il 29 novembre 1944, professore in pensione, è l'Autore poliedrico di una vastissima raccolta di Liriche e numerosi scritti. Ha collaborato con riviste e giornali, ha fondato periodici e fogli di alto contenuto letterario, educativo, scolastico; ed ancora di notevole impegno sociale.

Nel corso della sua vasta e feconda produzione letteraria; e durante gli anni del suo insegnamento ha conseguito numerosi riconoscimenti in Premi e Concorsi Letterari, a tal proposito, ne citiamo alcuni: “Membro per meriti culturali dell’Accademia Internazionale di Pontzen”; “Membro dell’Accademia dei 500”; “Membro honoris causa con medaglia dell’Accademia T. Campanella”; “Premio per la Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri”; “Premio il Sensivismo del Maestro Aldo del Bianco”.

In altre parole, il professore Bisignano, con la sua Poesia, con i suoi Studi profondi ed i Commenti Critici; ed ancora con i suoi Saggi Vari sulla filosofia e di altra argomentazione, ha dimostrato sempre ai suoi lettori, di possedere quella spiccata sensibilità che è tipica del Poeta che sa di essere a tratti “come un sognatore quasi un visionario, dotato di spiccata immaginazione, ipersensibilità, emozione”; e a tratti “come uno studioso, un attento scrutatore della vita, dell’amore, della natura, dell’animo”, ovvero in una sola parola “un esploratore” della bellezza di tutto il Creato.

Oggi si presenta al suo pubblico con un nuovo lavoro, nato da una sua profonda fede e devozione verso la figura mistica e ieratica di Sant’Umile da Bisignano. Questo Panegirico in onore al Santo, è stato, però, dettato dall’Autore a noi figli, perché impedito dall'aggravata infermità visiva!

Leggendo questa Lode al Santo bisignanese si può cogliere, oltre alla profonda sensibilità del Poeta, anche una pregnante nota autobiografica dello Stesso, per certi versi quasi malinconica, soprattutto, per il particolare riferimento, che il nostro Scrittore fa “ai ricordi della sua infanzia e della sua adolescenza”, che non si perdono nella contemplazione di un passato già vissuto e dunque dimenticato; ma continuano a rivivere proprio in questo presente; arricchendo così l’animo non soltanto di Colui che li racconta, ma, in vero, anche di chi li legge o li riceve.

Insomma, Ottavio Amilcare Bisignano, per questa sua fede infinita che ha sempre rivolto in Dio e in questo caso in Sant’Umile ci fa rivivere parte del suo passato, offrendo a noi diversi spunti di riflessione; e perché no, anche, trova nella sua analisi introspettiva ed interiore, un modo, quasi, originale per voler ribadire, in particolare, ad ognuno di noi, che malgrado ci siano dei momenti di sconforto, di sofferenza e di dolore che la vita, può offrirci e farci assaporare, il più delle volte provandoci duramente, nulla è perso; anzi molto spesso sono, proprio, le prove che ci fortificano, e non si è mai soli, basta l’affetto, la premura, la cura di chi ci sta accanto e ci vuole bene per farci rinascere a nuova vita!

Non dimentichiamoci che la vita è di per sé un dono, ovvero un grande miracolo, dunque, essa va vissuta fino alla fine dei nostri giorni, con spirito coraggioso, stoico, con aiuto reciproco, gioia ed anche con quella sentita e continua ricerca spirituale verso l’Infinito, Dio. A tal proposito, vorrei concludere, citando la penultima Lirica del Leopardi dal titolo “La Ginestra o il fiore del deserto”, visto e considerato, che appunto con questa ultima composizione poetica il Poeta “invoca esattamente la fraterna solidarietà contro l’oppressione della natura”.

Donatella Bisignano

(Resp.le Ufficio Stampa e Comunicazione dell'Editrice Cliodea)


23/05/2010

Nota Critica: "Le Parole del Cuore"

Le Parole del Cuore.jpg
 

Mariarosaria Salerno e la liricità greca

 

Nota critica a”Le parole del cuore”



Le parole del cuore”, canzoniere di Mariarosaria Salerno, edito da Cliodea è l’espressione artistica di stati d’animo, di immagini filtrate dai sensi, di attimi intensamente sospesi ed evocativi, i cui motivi dominanti sono l’amore e la religiosità. I componimenti di Mariarosaria Salerno sono il frutto di una profonda ricerca personale e culturale, di un’ introspezione intellettualmente interiore, forgiata dal silenzio e dalla solitudine. E’ un poetare leggero, a tratti quasi evanescente, inebriato di passione e di malinconia, costantemente anelante di speranza. L’autrice, si lascia andare ai misteri dell’universo, canta la voluttà, la sfrenata gioia di vivere, sebbene senta il vano fluire delle cose, invoca la forza travolgente e l’impeto potente dell’amore, di cui avverte tutto lo smarrimento. L’autrice s’interroga, avvia un segreto dialogo con il suo cuore, compagno fedele, a volte anche languido, sa riconoscere le pulsioni e i fremiti di quel cuore, ma, pur sempre ne rimane affascinata. Le immagini battono sul suo cuore e i suoi versi poetici li rivelano e li liberano. I suoi moduli espressivi ci portano ad evidenziare le tensioni della sua psiche, la costante ricerca, attraverso l’astratto, di certezze, con un anelito struggente al futuro, in un modo che trova riscontri nella produzione poetica arcaica, preludio e fondamento di tutta la poesia europea classica e moderna. Spiritualmente intuitiva e riflessiva, Mariarosaria Salerno, infatti, sembra ridare voce e valore al lirismo greco; i suoi versi, le sue parole, riecheggiano, con quella dolcezza e quell’intelletto propri di una donna del suo tempo, la delicata sensibilità dell’antico lirismo greco femminile, in particolare la musicalità e l’intima armoniosità di quella poesia melica che nell’Ellade era, sovente, accompagnata da uno o più strumenti a corda e, ancor più, gli esigui, straordinari frammenti pervenutici di antiche poetesse come Saffo, Anite e Nosside. I loro animi femminili, i loro cuori palpitanti di vita, al pari della nostra autrice Salerno, ci hanno rivelato quella dimensione intima e personalissima, traboccante di emozioni, quei sentimenti unici verso la natura, verso la terra, madre calda e feconda, verso il mare, amante impetuoso ed imprevedibile, quelle descrizioni fresche ed immediate di paesaggi meravigliosamente arcani, di cui cogliere tutta la bellezza e la sacralità, quella commozione, impalpabile e pura, tutta femminile, verso i piaceri e i tormenti amorosi, da cui scaturiscono, vicendevolmente, sofferenze ed estasi. “Le parole del cuore”, a prescindere, dai temi trattati, richiamano forti contenuti affettivi e soggettivi: l’autrice ferma, attraverso una straordinaria perfezione formale ed un uso pressoché costante di immagini metaforiche, i moti individuali dell’animo e le vicende della sua vita interiore, sospesa tra sogni e visioni. Ciò che caratterizza i suoi componimenti sono l’omogeneità di fondo del suo pensiero poetico, l’ispirazione autentica e genuina e la capacità di comunicare con parole scevre da ogni esasperante ricerca linguistica. Una silloge poetica, dunque, ricca di quell’ “humanitas”, che è anche il titolo di un suo componimento, un’opera tutta da meditare, poiché ella non “dice”, ma riassume la propria anima. Mariarosaria Salerno, colta e raffinata, si avvale del mito antico, della filosofia, della religione, ed incarna quell’ideale di intellettuale di cui oggi purtroppo si hanno rari esempi. Un merito particolare all’editore, Atanasio Bisignano, giovane e lungimirante mecenate contemporaneo, che, nell'ambito del variegato panorama editoriale, ha saputo liberare la soave arte poetica, da quella condizione a cui è stata ingiustamente relegata dalla scuola e dagli studi accademici, conferendogli una nuova, ampia fruibilità e un rinnovato piacere per la lettura.

Dott.ssa Ines Ferrante




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29/04/2010

Locandina di Presentazione Editoriale: "Le Parole del Cuore" di Mariarosaria Salerno 22/05/2010

Salerno locandina1jpg.jpg> Locandina di Presentazione Editoriale del Libro: "Le Parole del Cuore" di Mariarosaria Salerno.

22/05/2010 Sala Convegni Tokyo - Museo del Presente di Rende (CS).

Presentazione Multimediale della Silloge poetica a carattere religioso e d'amore della poetessa e saggista prof.ssa Mariarosaria Salerno.

12/02/2010

I Nostri Autori: Alessandro Guarascio

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I Nostri Autori: Bruno Coccimiglio

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I Nostri Autori: O.A. Bisignano

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I Nostri Autori: Mariarosaria Salerno

copertina Salerno 12.jpg> Working in progress: "Le Parole del Cuore", Silloge a carattere religioso e d'amore: Per prenotazioni click su Contatti by www.editricecliodea.com 

Formato 15x21 - Copertina a colori - Bross. Illustr. Pag. 170 - Prezzo 14,40€ - ISBN 9788890339547

 Introduzione


Mariarosaria SALERNO si ripresenta al pubblico con una seconda silloge, questa nuova e odierna dal titolo: "Le parole del cuore" (ovvero: "parole che sgorgano dal cuore").Leggendo le sue poesie ritrovo appropriata, per i suoi contenuti, una mia riflessione di qualche anno fa, paragonando il poeta ad una carta assorbente: “per la sua spiccata sensibilità egli assorbe il Male e il Bene del Mondo”. La "pŏēsis" è frutto dei sensi e, come forma d'arte, trasmette emozioni."Poesia" deriva dal greco "póiēsis" (poiéō) e significa: faccio e non, come molti scrivono: creare, poiché "creare" non appartiene all'uomo, ma a Dio. Il poeta, dunque, è colui che fa, perché dotato di grande sensibilità e, insieme, conoscenza tecnica specifica. La sensibilità del poeta è la particolare capacità (o inclinazione) di percepire (o ricevere), con grande intensità, sensazioni, affetti ed emozioni, attraverso i sensi. Il poeta, come lo è la nostra Autrice, è una persona sofferente, ma che sa gioire per le piccole-grandi cose, quali: il sorriso di un bambino o un fiore sbocciato (accomunati per la loro bellezza, innocenza e fragilità) e, poi, perdersi nella contemplazione del cielo stellato, come creazione di Dio, Dio che riempie "la solitudine del cuore". Quella di SALERNO è una "dolce poesia" che s'invola "sulle ali del vento" per esplorare nei segreti dell'Universo e non solo, perché rivisita (nei suoi ricordi) il passato e vive intensamente il presente che velocemente passa.Animus ita late longeque peregrinatur, ut nullam oram ultimi videat, in qua possit consistere (ovvero: l'animo trasvola per tutti gli spazi, e non trova confine dove fermarsi).Nelle sue poesie primeggia la forza dei contenuti, rispetto alla struttura tecnica dei componimenti, suddivisi spesso in strofe quasi sempre irregolari e in versi di diversa lunghezza e liberi. Poesie caratterizzate, in modo quasi ossessivo, dalla presenza della consonante liquida “erre”, ad iniziare dal titolo e dalla premessa, a finire all'ultimo componimento; “erre” presente in parole-ritorni (cuore, amore, Universo, Signore, Creato, Speranza, ricordo, Natura, forza, fiore, ecc.). Le composizioni della poetessa spesso sfiorano la preghiera, composizioni caratterizzate da pause, e la loro bellezza espressiva riflette, come in uno specchio, la sua immagine interiore; quest'ultima, a sua volta, traspare dal suo viso...dai suoi occhi. Animus habitat in oculis (ovvero: L'animo traspare dagli occhi). Le sue poesie-preghiere sono consolatorie "sperando in un approdo" desiderato. Questa produzione poetica, da cui emergono solitudo: solitudine, animus purus: animo puro, graves sententiae: profondi pensieri, e un"amore continuo" verso Dio e il Suo grande dono: la vita, è frutto di una sentita ricerca spirituale dalla quale scaturisce il canto dell'animo di Mariarosaria SALERNO.

Giovanni Cimino

 

 

Premessa

 

 I versi contenuti nella presente raccolta sono frutto di momenti di solitudine, di sconforto, di riflessione, quando nel silenzio, dialogo con Dio, o quando, con sgomento, osservo l’angoscia del mio prossimo, sapendo spesso di poter fare ben poco. In un mondo, dove esistono divari incolmabili tra paesi industrializzati, paesi in via di sviluppo e i cosiddetti paesi del terzo mondo, osservando determinate realtà ci si rende conto, come la grande povertà, e la grande ricchezza quasi sempre, allontanano da Dio, un Dio che non guarda alla ricchezza, o alla miseria, ma ci ama perché suoi figli.

Oppure, quando, con serenità e pace dell’anima, ammiro le bellezze del creato, ascolto i rumori e percepisco i profumi della natura, espressione di armonia e perfezione, che attira la mia sensibilità attraverso i sensi del corpo, e arriva al profondo, divenendo sensazioni dell’anima.

Talvolta, è un colloquio con Dio: questo Dio, così vicino e così lontano, che sembra averci abbandonato, ma che è l’unica presenza, quando si è veramente soli, quando si assapora lo sconforto, e i tradimenti di chi ti fidavi e stimavi, e ti senti annientata dalla cattiveria umana, dalla perfidia, dagli inganni; sola con la tua ingenuità, con la tua sincerità e schiettezza.

Ma, è anche un inno alla vita, alla fiducia che ho in Dio, un Dio, che non mi ha mai abbandonata nello sconforto, anzi, che ci invia dei segnali, che compie miracoli, del quale comunque, percepisci la Sua Presenza; ma vuole, anche, essere una lode alla bellezza del creato, una riflessione su aspetti della vita. È un dialogo continuo, talvolta sconfortato, talvolta di esultanza, i cui versi. ho pensato di raccogliere in questa breve silloge, dove è l’intimo che parla, una voce che non emette suoni, ma che talvolta, urla dentro di te, parla nel tuo cuore, nella tua anima, dando spazio ad un confronto dialettico, fra mente e sentimento, rielabora criticamente le esperienze giornaliere di cui sei partecipe o testimone, ti consente di capire la realtà in cui vivi con una umanità più sensibile.

Sono parole, che sgorgano dal cuore, nella loro semplicità e purezza, ad esprimere tutto l’amore, non solo quello per la creazione o per l’Entità Suprema, ma anche l’amore terreno, quello più materiale, l’amore dei sensi, l’amore del cuore, di quei sentimenti forti e puri, che fanno aumentare i battiti cardiaci, che costringono a passare la notte insonne, che rendono inappetente, che innescano la cosiddetta patologia del “mal d’amore”.

L’amore, che diventa sintesi e confronto dialettico di mente, corpo e sentimento, con tutte le relative implicazioni, dall’ardore del pathos, alla sensualità dell’eros, alle sfumature dell’ethos. Parole semplici ed essenziali, ma nate sempre dal cuore e dalla saggezza, sono quelle dei piccoli e brevi aiku, forse nemmeno autentici per metrica, ma sono frammenti di pensieri, di discorsi più ampi ed articolati, che da soli hanno la loro valenza, il loro senso profondo, la loro efficacia, forse più di un intero discorso; sono indizi che fanno comprendere personalità, gusti e pensieri di chi li scrive. E poi, per finire, vi sono le parole del cuore, quelle più innocenti e più pure, che sgorgano istintive alla presenza dei bambini, quelle che ti “inventi” per intrattenere e per rendere felici i piccoli, per mutare una loro lacrima in sorriso; brevi filastrocche a render più poetica la realtà, permeandola di orfismi. E sono proprio la fantasia e la fiaba, che in tenera età, aiutano a crescere, contribuendo in modo forte e diretto alla formazione della personalità, inducendo istintivamente ed inconsapevolmente a mutare atteggiamenti e comportamenti. Quindi, anche la fantasia arreca sollievo al “cuore”, alla componente non razionale, né materiale, a quel livello sensibile, che ci fa soffrire, o che ci rende felici.

Mariarosaria Salerno

 

I Nostri Autori: Alberto Buccino

Buccino Cop.jpg> Working in progress: "O Teneron d'Amore", Silloge a carattere religioso e d'amore: Prenota su Contatti by www.editricecliodea.com

Formato 15x21 - Copertina a colori - Bross. Illustr. pag. 200 - Prezzo 14,40€ (I.I.) - ISBN 9788890339530

 

Introduzione


Il lavoro letterario dell'autore esordiente Alberto Buccino si suddivide in due parti: Pensieri e Racconti; Poesie e Preghiere.

Egli in prosa e in versi (liberi) offre al lettore, prendendo in prestito la maturità di un uomo saggio e avanzato negli anni, una panoramica esistenziale del suo breve passato.

Dai suoi scritti emerge una profonda religiosità che cerca di trasmettere agli altri con lo scopo di fortificarne lo spirito, affidandosi "nelle mani del Signore", ovvero: "Amando Colui che ci ama... troveremo sempre amore", poiché "Cristo è la nostra speranza". Afferma che l'amore è opposto al male, "la vita è un miracolo", "il male genera altro male".

L'autore, con questo suo primo lavoro, s'incammina nel mondo letterario, un cammino lungo e difficoltoso paragonabile a quello da affrontare per una strada mulattiera, rocciosa, ripida, tortuosa, aspra ed ardua, tramite la quale, forse, potrà raggiungere una vetta.

Egli parla con il cuore e con la mente e possiede forza interna, che dovrà esternare con contenuti non soltanto chiari e validi, ma con stile personale.

Nei suoi scritti, che affronta con marcata passione, evidenzia, oltre alla religiosità rivolta ad un amore incontrastato (e consolatorio) verso Cristo: àncora di salvezza! Una moralità da grillo parlante e, in modo forte, il rispetto dei valori umani e il desiderio di agire per il bene comune.

Il suo sguardo non è rivolto in basso: ai beni terreni e al denaro materiale, bensì in alto: verso il profondo cielo.

Prof. Giovanni Cimino Critico Letterario, Storico

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 Alberto Buccino è un giovane poeta, ricco di fantasia ed estro creativo, dotato di tenacia, fierezza e rigor morale. In questo suo primo libro, dal titolo “O Teneron d'Amore”, Raccolta di Pensieri novelle e poesie – edito dalla Casa Editrice Cliodea, con elegante veste tipografica – come sono, daltronde, tutte le altre edizioni, prodotte fino ad oggi – ha racchiuso racconti e poesie tra le più belle, riuscite, vissute, misurate ed armoniose nella stesura, ardenti, impetuose, nostalgiche, così come lo è la sua anima, certamente promettendo altre raccolte da donarci nel tempo.(…) I racconti e le poesie di Buccino si fanno leggere con intenso godimento, soffusi di spirituale evasione e soavità francescana; avvincono il lettore per la muscolosa andatura e si fanno prèdiligere, perché rivelano senza veli l'anima sensitiva del poeta. Qualunque emotività della natura e dell'umanità sofferente viene cantata, descritta, celebrata, con tocchi e pennellate che fotografano, con sincerità e passione, le nostre sensazioni, le nostre aspirazioni, le nostre mete ideali.(…) La trama dei suoi racconti, dallo stile brioso e disinvolto – che diverte e avvince – talora risulta occasionale e leggermente farsesca. Anche se vi riscontriamo la medesima trasposizione e rispondenza dell'artificio dell'invenzione poetica; motivo dominante è sempre il sentimento vivo dell'infanzia perduta, e radicata agli affetti, commisti ai ricordi, gentili e lirici. Ed è veramente valido – artisticamente – e mirabile l'immediato contrasto tra il nascere di un mondo scomparso e il mondo in cui l'autore si trova a vivere il presente! Cotesto pensiero, con il voto degnamente cantato e/o celebrato, è il motivo dominante, la ragione che muove la volontà del giovane poeta – appartenente alla nobile e fiera stirpe albanese – a cercare o riscoprire “l'Antica Madre”, per trasposta ideazione, la Poesia, ovvero il mondo della coerenza ideale, della saggezza, delle memorie, delle tradizioni, dei valori, che costituivano i principi cardini della vita dei prischi padri, quali la dignità, l'onore, l'eroismo, la lealtà – in contrapposizione alla futilità, incongruenza, superficialità e slealtà dei nostri tempi! (Da Studio critico-preliminare).


Ottavio A. Bisignano Saggista, Accademico

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Prefazione


Alberto Buccino, grazie alla disponibilità della Casa Editrice Cliodea, nella figura del suo Titolare e Direttore editoriale Atanasio Bisignano, suo amico fraterno, giunge alla realizzazione del suo primo lavoro editoriale, che racconta in versi e prosa, con grande sensibilità d'animo e vena artistica: la sua vita, trasfigurata dalla forza della propria immaginazione, in spunti, aneddoti e riflessioni, che ripercorrono, in breve le tappe essenziali della sua esistenza; un traguardo questo, notevole, per un animo dotato di grande slancio emotivo e creativo, dove in ogni strofa e componimento, si percepisce tutta la sua forte fede religiosa, il suo pregnante credo e adorazione, nella Santissima Trinità, che trova manifestazione nella Parola di Dio, Cristo Signore e lo Spirito Santo o lo Spirito di Amore, che pervade tutti i movimenti delle nostre anime e coscienze, rendendoci creature e/o persone nuove, immerse nella profondità dell'eternità e al tempo stesso più vicine alla Sua grande Luce e alla Sua azione Creatrice. Tutto questo, in Alberto trova il suo nutrimento e la sua forza, per dare un tocco di consapevolezza in più in ognuno di noi; e trarre fortezza d'animo, pace e sapienza, che ci aiutano a vivere la vita di tutti i giorni, con la certezza, che l'uomo vive in continuo rapporto con l'Eterno, senza tempo, sorgente della vita che non muore. Tutto è parte dell'incessante flusso dell'amore e della misericordia di Dio, Colui che è, e che regna in eterno!

Prof.ssa Donatella Bisignano

(Resp. Ufficio Stampa, Casa Editrice Cliodea)

05/02/2010

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